La morte e le sue dinamiche

“La sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa: muoiono questi come muoiono quelli; il soffio è uguale per tutti. L’uomo non ha alcun vantaggio dalla bestia: tutto infatti è vanità. Tutto va verso lo stesso luogo, tutto viene dalla polvere e tutto torna alla polvere”

ECCLESIASTE (3: 19-20)

Prima di trattare gli aspetti del cordoglio/lutto non si può prescindere dal determinare il vissuto della MORTE. Trattasi di un avvenimento biofisiologico umano e animale. Essa conclude naturalmente i cicli vitali in modo inesorabile, ma soltanto nell’uomo si scatena un’angoscia sconvolgente che esige una sua soluzione ed un superamento mediante i processi di cordoglio e lutto. La specie umana è la sola che sa di dover attraversare l’esperienza del morire. Noi viviamo come se mai dovessimo morire grazie a quel processo psichico di “negazione” freudiana. Solo quando verifichiamo questo scandalo della morte negli altri allora prendiamo coscienza dell’ineluttabile destino comune.

I sani sono in rapporto continuo con la morte, così come con il tempo. Tutto ciò si riesce ad allontanare dalla coscienza finchè ci manteniamo attivi e produttivi.

Tuttavia il divenire dell’uomo è sempre un morire parziale e continuo. Rinunciamo a parte della nostra vita, proprio per procedere in avanti, e ogni opera compiuta è una specie di chiusura dei conti con un pezzo della nostra esistenza. Dall’infanzia all’adolescenza e alla giovinezza fino alla maturità e alla vecchiaia, lasciamo parte di noi indietro e la consegniamo alla morte. La morte e il soggetto che deve sperimentarla non si incontrano mai. L’unica possibilità di conoscenza di essa è quella della morte degli altri. L’essere che fino a pochi istanti era in vita, ora non è scomparso, ma non è più presente. La morte si qualifica come relazione di “assenza”.

La morte si pone come datità irreversibile che appartiene all’arco del fisiobiologico e dello storico della persona. E’ un momento internamente drammatico quando passa al livello del vissuto e del coscienziale, a differenza di quanto probabilmente avviene negli animali. La sua disumanità consiste in un’iniziale, immediata ed istintiva inaccettabilità, poiché essa recide alla base ciò che l’uomo è come vita e ciò che egli vorrebbe normalmente e perennemente essere. Questa angoscia, questo caos traumatico determina lo smarrimento e la perdita della propria sicurezza storica. Il morire è innanzitutto e contraddittoriamente un fatto personale e sociale. Si creano meccanismi di tutela e di difesa o sistemi ideologici per sciogliere le situazioni conturbanti e a renderle accettabili. Tali meccanismi sono essenzialmente due: il primo è quello dell’immaginario/del mistico e dell’ideologico che sostituisce alla realtà fisiologica della fine la diversa realtà culturale dell’essere proiettati in una nuova vita, in una vita diversa. L’altro meccanismo è di tipo rituale-operativo, rappresentato dai sistemi di lutto. Questi due livelli sono connessi e stretti fra di loro.

 

IL PENSIERO DI FREUD: “LA NEGAZIONE”

Lo scatenarsi della fine fisiologica determina, contemporaneamente al caos familiare e sociale, una serie di illusori tentativi di respingere l’idea che la morte sia realmente avvenuta e di giungere alla credenza consolatoria che la vita del defunto continui in qualche forma teologica, laica oppure filosofica o antropologica.

Le idee che ispirano la cancellazione dell’immagine della morte raggiungono il chiarimento definitivo in Freud che mise in luce il fenomeno psichico della negazione (VERNEINUNG), attraverso una difficile ricerca sottoposta negli anni a variazioni di significato.

La negazione è un meccanismo di difesa psichico contro l’esplodere di pensieri e sensazioni dolorose. Tale falsificazione della realtà viene a crollare quando poi si raggiunge la presa di coscienza, il “principio di realtà”. La negazione è un compromesso fra il divenire conscio dei dati della percezione e la tendenza a sopprimerli nella propria consapevolezza determinando così un’illusoria gratificazione o addirittura allucinatoria. L’evento morte alimenta l’insorgere del fenomeno e in esso negazione non significa escluderne la realtà bensì ad un ricorso all’immaginario nel quale la paura e l’angoscia dell’accettazione portano a disconoscerlo fittiziamente e temporaneamente come vero. Finchè l’io è debole, come nel momento della morte o nel periodo del cordoglio, la negazione prevale impedendone il raggiungimento del principio di realtà.

Il diniego (VERLENGNUNG) altro termine caro a Freud è il rifiuto di ammettere la realtà e il disconoscimento della verità. Essa è una difesa primitiva che ignora l’esistenza di una realtà ed opera in una psiche non sviluppata, infantile, o in persona in cui l’IO è debole o disturbato come nelle psicosi.

I due aspetti dell’elaborazione psichica vanno distinti dall’altro concetto freudiano di Rimozione (VERDRÄNGUNG) che non appartiene mai al lutto e alla morte. La rimozione infatti è quella modalità a tener fuori, espellere, bandire dalla coscienza idee o impulsi inaccettabili, rendendoli inconsci. La Rimozione è usata per difendersi dalle richieste pulsionali provenienti dall’interno, mentre del diniego ci si avvale per difendersi dalla realtà esterna.

Chiaramente Freud nell’analizzare tali tipi di reazioni psicologiche nei riguardi della morte, fu interessato a stabilire le loro dirette relazioni con le manifestazioni nevrotiche e psicotiche, nelle quali si verifica una fenomenologia analoga. Si cerca di instaurare un comportamento come se il morto fosse ancora in vita. Nel normale cordoglio questi sono espedienti attraverso i quali si tenta di attenuare il trauma del distacco per giungere ad una reintegrazione nella vita. Nei deliri patologici invece la negazione non costituisce l’avvio ad una forma di riadattamento, ma diviene centro di (dis) organizzazione di tutta la vita psichica.