Il Cordoglio e le sue dinamiche psicologiche e psicopatologiche

Nel linguaggio corrente cordoglio e lutto vengono ad identificarsi. Tuttavia, a voler precisare, il cordoglio (cor-dolium) indica le reazioni interiori e psicologiche della morte. In sede psichiatrica rappresenta una risposta normale ad uno stress e generalmente non viene considerata come malattia mentale. Può quindi essere paragonata ad una ferita destinata normalmente ad una “restitutio ad integrum”.

Il lutto invece è l’insieme delle pratiche sociali e dei processi psichici suscitati dalla morte di una persona, che hanno una certa durata nel tempo.

LE COMPONENTI DEL CORDOGLIO

Il cordoglio è quindi la reazione alla perdita. L’angoscia che ne consegue determina una totale incertezza ed una caotica immagine del mondo in coloro che ne vengono colpiti. A questa condizione si impone la depressione che sotto il profilo esistenzialistico si presenta come un arresto o “una sospensione dell’esistenza”, una sincope del tempo. Trattasi di una depressione reattiva fondata su un’angoscia da separazione. Vengono ad emergere struggimento con i caratteristici spasmi di cordoglio e senso di autoannullamento. Queste crisi possono anche manifestarsi sottoforma di rabbia e di colpa, con reazioni auto-eteroaggressive oppure irrequietezza psicomotoria afinalistica. Le  relazioni fra i sintomi di malinconia-depressione ed elaborazione del cordoglio sono stati vivacemente descritte in alcune pagine delle CONFESSIONI di Sant’ Agostino, con due riferimenti diversi al periodo anteriore alla Conversione ( la perdita del caro amico diventa morte del mondo e di lui stesso) e a quello posteriore (la perdita della madre Monica diviene l’anticamera della vita eterna), quando il fermento dei sentimenti e delle reazioni si era placato nella luce della nuova fede salvifica.

L’INTERPRETAZIONE PSICOANALITICA DEL CORDOGLIO

In Freud si propone un paragone fra la depressione con il fenomeno normale del lutto. Questo parallelo che considera il lutto una reazione emotiva normale e la depressione un fenomeno patologico, è stato ben descritto nel suo breve saggio “TRAUM UND MELANCHOLIE” (Lutto e melanconia 1917). Nel lutto troviamo lo stesso quadro della depressione, tranne la mancanza del sentimento del sé, un’enorme impoverimento dell’Io. Nel lutto il mondo si è impoverito e svuotato, nella depressione è invece impoverito e svuotato l’Io stesso, un Io assolutamente indegno. Nel lutto l’adulto ha imparato a dominare questa invasione (“allagamento”) ritardando il processo di scioglimento del legame affettivo. Tale legame con l’oggetto perduto è rappresentato da una quantità di ricordi separati, la cui soluzione per ciascuno di questi richiederà un tempo più o meno esteso, che Freud denominò “LAVORO DEL LUTTO” (TRAUERARBEIT). Effettuare questo lavoro è piuttosto difficile e doloroso che molte persone cercano di rimandare attaccandosi all’illusione che la persona perduta sia ancora viva e differendo così l’elaborazione necessaria. Un’apparente mancanza di emozioni in persone colpite da un lutto recente può anche essere dovuta alla identificazione con la persona morta. L’illusione che la persona perduta sia ancora viva e l’identificazione con essa sono strettamente affini. Tutti coloro che hanno perduto un loro caro cercano di semplificare il proprio compito costruendo una specie di oggetto sostitutivo in loro stessi dopo che l’oggetto reale è scomparso. Questa dinamica si presenta incistata nelle persone depresse: si regredisce dall’amore all’incorporazione del rapporto con l’oggetto all’identificazione. Può spesso essere osservato che una persona in lutto comincia ad assomigliare sotto l’uno o l’altro aspetto all’oggetto perduto, come per esempio notò su sé stesso K. Abraham (i suoi capelli divennero grigi per un certo periodo di tempo in occasione della morte del padre) oppure come Groddeck descrisse analogo fenomeno nel “Libro dell’ES” 1923.

Freud rilevò come questo processo non si limitasse al caso di morte, ma anche in quei distacchi puramente psicologici (divorzi, separazioni, etc,).

Viene quindi evidenziata l’universalità della introiezione come reazione alla perdita di un oggetto.

Il “lavoro dell’elaborazione della sofferenza” (TRAUERARBEIT) va intesa come lavoro interpschico susseguente alla perdita di un oggetto amato e con cui il soggetto riesce progressivamente a distaccarsi da esso. Qui tale lavoro non è più la negazione o diniego (VERNEINUNG o VERLEUGNUNG) ossia il porsi di fronte all’evento morte, che pure si sa avvenuto, come se mai lo fosse.

Nucleo centrale è qui il DISVESTIMENTO (UNBESETZHEIM): il ritiro cioè dell’investimento affettivo precedentemente assegnato ad un oggetto. Il soggetto raggiunge la sua libertà e disinibizione soltanto quando il disinvestimento sarà compiuto. Il lutto quindi ha due tempi, nel primo si stabilisce l’introiezione, mentre nel secondo si sciolgono i legami con l’oggetto introiettato (disvestimento).

Freud nei vari scritti aveva già ben chiarito il processo liberatorio delle tematiche di lutto. Egli inoltre aveva già evidenziato che il segno della fine psicologica del lutto avviene quando vi è il passaggio da un disinteresse per la realtà esterna ad una rinascita dell’interesse stesso. Si sottolineano così che i vari atteggiamenti di elaborazione sono una forma di difesa contro il rischio del “non esserci storico”.

Lo studio di Freud, interessato all’ambito clinico, assume in antropologia un eccezionale rilievo. In altri termini il cordoglio viene elaborato nell’intimità e nelle conflittualità psichiche dell’individuo, ma vi concorrono, come elemento fondamentale, la partecipazione vissuta di gruppi sociali che vanno dal nucleo familiare all’intera collettività.

Il punto di vista freudiano venne poi integrato dai suoi collaboratori o discepoli ortodossi.

Secondo KARL ABRAHAM, per esempio, la conseguente elaborazione del cordoglio si realizza nell’ introiezione della persona amata, cioè nel riacquisto dell’oggetto perduto trasferendone l’immagine nel proprio IO.

Secondo Geza Roheim si verificherebbe un caso qui tipico di cannibalismo psichico, nel senso che il luttuato in cordoglio divora in sé la persona morta nel tentativo di non perderla.

Melanie Klein riprese il tema di Freud realizzando il parallelismo fra lutto degli adulti e condizione maniacale-depressiva del bambino che normalmente attraversa nelle prime fasi di sviluppo.

In ultima analisi il processo del cordoglio e di elaborazione del lutto porta nella persona alla costruzione di una nuova identità che nasce dalla sanatoria e dal superamento della disgregazione determinata dall’esplosione dell’evento morte. Dopo un certo periodo ci si adatta all’idea della perdita della persona cara venendo a prevalere il PRINCIPIO DI REALTA’. Tale processo avviene in persone sane ma può invece complicarsi divenendo patologico. Benedetto Croce scrisse: “dimenticare i morti non è frutto del tempo, ma opera nostra che siamo interessati a dimenticare per difenderci dai rischi di una presenza scomoda, negativa, nel nostro spirito”. La meditazione interessante crociana sta nel fatto di aver intimamente descritto il lavoro del cordoglio come processo universale attraverso il quale, per riscattarsi dal dolore cocente del distacco, si rende indispensabile cancellare il morto, il che corrisponde a farlo morire una seconda volta nella memoria dei superstiti, dopo la morte reale.

ASPETTI PSICOPATOLOGICI DEL CORDOGLIO

COLPEVOLIZZAZIONE E PUNIZIONE

Freud (1917) aveva sottolineato che le pulsioni sadiche sono presenti in tutte le relazioni ambivalenti. La morte può sempre mobilitare tali ambivalenze. Il lutto allora può quindi complicarsi in patologia se il rapporto della persona con il defunto era di natura ambivalente. Nella melanconia che Freud considera una forma patologica del cordoglio, l’introiezione acquista un carattere sadico che comunemente si rivolge contro di sé. L’introiezione solitamente rappresenta un tentativo di conservare la memoria della persona amata, ma può divenire anche un tentativo di distruggere la persona se (inconsciamente) odiata. Laddove questo significato aggressivo è in primo piano l’introiezione creerà sensi di colpa, di rimorsi o di rimproveri verso il defunto. Ma l’identificazione con il morto può avere anche un significato punitivo: “poiché ho desiderato la morte dell’altro, devo morire io stesso”.

D’altronde si può affermare che il lutto è fondato sull’auto ed etero accusa e richiede un’espiazione.

CORDOGLIO ANOMALO (ANOMICO)

La vittoria sulla morte segue il percorso di cordoglio che dura un periodo più o meno lungo, rapportato al tipo di reazione individuale o al tipo di intensità dei vincoli affettivi esistenti fra il defunto e i superstiti. Da qui ci sembrano poco attendibili le varie ipotesi, soprattutto di scuola anglosassone, di sottoporre al periodo di cordoglio un tempo preciso e statisticamente rigido.

Può tuttavia avvenire che il processo di riscatto dalla crisi di angoscia si blocchi e non si risolva impedendone il ritorno alla normalità del soggetto. Ci troviamo allora di fronte ad un cordoglio non sufficientemente elaborato, incompleto, anomalo che può assumere aspetti clinici seri in cui il luttuato non accede più alla presa di coscienza, cioè al PRINCIPIO DI REALTA’.

Tale situazione eccessivamente prolungata ed intensa si configura nella psicopatologia che può cronicizzarsi in un quadro grave depressivo caratterizzato da un senso di angoscia e di autonegazione con comportamenti autodistruttivi fino a giungere al suicidio autopunitivo.

Inoltre si possono presentare per disgregazione di un IO fragile gli aspetti deliranti persecutori o nichilistici come nella Sindrome di Cotard (uno stato psicotico dominato da fasi depressive, tendenze suicide e idee di negazione, attraverso le quali il paziente ha la sensazione di non possedere più un corpo, o organi particolari o l’anima ed è convinto di non poter mai morire). Dalle osservazioni cliniche ho potuto altresì osservare manifestazioni di tipo isterico quando invece l’identificazione con il defunto prevale. I luttuati assumono sia i comportamenti che gli atteggiamenti e i sintomi delle malattie dei defunti, tutte modalità inconsce tese a conservare il morto “come se” fosse vivo. Inoltre si sono osservati mutamenti complessi degli stati di coscienza sotto forma di depersonalizzazione o di trance, di ottundimento, oppure di morti apparenti (tanatosi), o di onirismi etc.

Lutto anomico è anche l’assenza completa di reazione con manifestazioni di Stupor nelle sue varianti psicopatologiche.

Il lutto patologico può considerarsi quindi come una “fissazione” affettiva alle cose del passato, con la conseguenza del più completo distacco dal presente e dal futuro. La casistica storica è ricca di lutti irrisolti che presentano interessi clinici. Ricordiamo alcuni esempi: Ottavia, sorella di Augusto, madre di Marcello prematuramente morto; Crimilde per la morte dello sposo nei Nibelunghi, la regina di Castiglia Giovanna La Locha (la pazza) per l’abbandono prima e per il decesso poi del marito Filippo Il Bello. Ricordiamo Amleto, principe di Danimarca, descritto magistralmente da W. Shakespeare.

Ma il caso di lutto forse più noto è quello della regina Vittoria d’Inghilterra che visse per 40 anni il cordoglio mai sopito del marito, il principe Alberto. Nonostante la regina tentasse di superare la depressione intrecciando una storia confidenziale con lo stalliere di corte, non riuscì mai a controllare la personale desolazione conservando tutti gli oggetti e le abitudini del marito come se fosse vivo, in maniera anancastica.

LE REAZIONI PSICOSOMATICHE

L’evento di morte e il periodo di cordoglio possono rappresentare un vero e proprio stress e come tale può trasferirsi sul corpo o funzioni di esso determinando reazioni e mutazioni in vari organi o apparati.

E’ stato osservato dall’antropologia soprattutto nelle culture popolari italiane e in quelle vicine per tradizioni, fenomeni reattivi d’intolleranza agli abiti da lutto con varie manifestazioni: emicranie, abbassamenti del visus, eritemi, alopecie, eczemi, etc. Qui necessita un’interpretazione del fenomeno. Il lutto, si abbandona sempre con un senso di colpa profonda quando (togliersi gli abiti) è deciso deliberatamente dal luttuato. Invocare motivi psicosomatici di insopportabilità potrebbe equivalere ad una rinuncia agli abiti di lutto deresponsabilizzandosi e riferendola ad una necessità fisiologica che opera da giustificazione personale e sociale.

In ambito psicoanalitico la fenomenologia psicosomatica (come già evidenziato da Groddeck e da Abraham riguardo l’incanutimento dei capelli del vivo come inconscia tendenza rassomigliare al vecchio padre morto) viene ricondotta al motivo dell’introiezione e poi all’identificazione con il morto, in risposta alla perdita per poi accedere fisiologicamente al Principio di Realtà quando il lavorio del lutto viene ben risolto. Sono inoltre noti per esempio i sintomi respiratori, di calo dell’appetito o bulimia, cibo che assume sapore di sabbia o di metallo oppure acquisizioni di gesti o del linguaggio o della motricità del morto come identificazione che equivarrebbe in qualche modo a possedere il defunto.

CONCLUSIONE

Quando i processi psichici di elaborazione del cordoglio vengono efficacemente superati, si stempera in qualche modo quel dramma interiore, quella realtà dolorosa determinata dal “Trionfo della Morte” in una realtà più consolatoria e liberatoria del “Trionfo sulla Morte”.

Si ripristinano così le fondamentali esigenze umane rappresentate dalla vita e dal piacere.

 

Dr. Riccardo Pulzoni

Psichiatra-Psicoterapeuta