Valore personale, accettare se stesso e gli altri

“Chi sono io? Sono quest’uomo su questo pianeta terra.

Sono nato uomo e devo morire. Questo è tutto.

Ecco la sostanza di esser me stesso; ed essere un professore o, un quanto a ciò, qualunque altra cosa, è diverso dall’essere quest’uomo, nato su questo pianeta Terra e destinato a morire.

Qualsiasi definizione estrinseca di me stesso non è realmente la definizione di me stesso.

Per poterla formulare, non mi devo né costruire e nemmeno astrarre da me stesso, ma semplicemente essere, ossia identificarmi con me stesso.

E questo è il compito più difficile e più importante della nostra vita morale”

Robert S. Hartman

(1959)

Quasi tutta la storia della civiltà occidentale è stata motivata dalla dubbia affermazione secondo cui gli esseri umani sono degni di valori solo quando sono estrinsecamente competenti, affermati e realizzati. Di converso, sono invece ritenuti privi di valore quando non hanno le potenzialità o capacità di manifestare le proprie doti. La tradizione Cristiana ha sempre sostenuto che un uomo è buono o meritevole quando è umile, caritatevole verso il prossimo, ma, in verità, pochissimi hanno aderito veramente a questa concezione mostrandosi più motivati all’autoaffermazione e all’ascesa sociale. Solo dopo che Kierkegaard, Nietzsche, Heidegger e altri esistenzialisti hanno proposto una nuova prospettiva, allora numerosi filosofi e psicologi hanno cominciato a considerare che l’uomo sia dotato di valore o sia valido semplicemente perché è, cioè esiste, e non perché sia dotato di una buona prestazione estrinseca.

Questa concezione ha portato a considerare e a definire il concetto di “valore intrinseco” che spesso si discute durante la psicoterapia e che influenza fortemente il comportamento umano. Spiegare e applicare il concetto di valore umano è uno dei più impegnativi argomenti che facilmente si presta a confusioni. A volte capita per esempio che per alcuni pazienti funzionava insegnare la loro validità perché esistevano, che l’esistenza stessa è una cosa bella e che ognuno è dotato di valore e pertanto non potevano essere indegni. Qualcun altro però più arguto poteva opporsi a tali affermazioni dicendo: “Preso atto che esisto, in che modo questo prova che son degno di valore?” E in effetti aveva ragione: il fatto che esisto non dimostra nulla.

Si potrebbe affermare per definizione tale equazione: VITA UMANA = VALORE UMANO; cioè sono vivo e quindi valgo. Ma questa è una definizione, e le definizioni non provano nulla.

Naturalmente si poteva utilizzare in psicoterapia la strategia contraria: “Ammesso che non posso dimostrare che vali perché esisti, per lo stesso motivo non puoi dimostrare che non vali niente se non hai successo nella vita oppure se non conquisti l’affetto che ti interessa. Quindi il tuo concetto di mancanza di valore è anch’esso una definizione. E allora, come puoi dimostrare una definizione”? Ovviamente non si poteva dimostrare poiché tanto il valore quanto la mancanza di esso è una premessa, una definizione o una supposizione. Neanche per ciò che riguarda il concetto di VALORE ESTRINSECO (il proprio valore secondo gli altri) va preso alla lettera perché è sempre un concetto relativo.

Infatti, anche se fosse possibile misurarlo e quantificarlo, esso varia ampiamente da un osservatore ad un altro. L’autostima del bambino nasce generalmente dall’accettazione degli altri, così come negli adulti, anche se in misura minore, si considerano alla luce del giudizio di stima degli altri. Ma questo non dimostra che effettivamente debba essere così! Infatti la storia ci insegna come persone illustri e di qualità ottennero ben poco dalla vita e dagli altri.

Così come anche negli studi degli psicoterapeuti troviamo persone che si detestano e si sfiduciano pur essendo rispettati e amati dagli altri. Quindi non possiamo affatto affermare che vi sia un rapporto di equivalenza tra il proprio valore intrinseco e il valore estrinseco. E’ possibile che la personale autostima di dipendere dalla padronanza o dal fallimento in un determinato compito, sia acquisita socialmente piuttosto che essere innata.

In realtà molte persone benché poco competenti e capaci di padroneggiare quasi ogni situazione, si stimano lo stesso e si criticano assai meno di quelli più abili. Questi individui evidentemente si accettano malgrado i loro netti limiti: tutto qui!. Queste persone (anche coloro con deficit mentali) pur se giudicati dagli altri privi di valore estrinseco, hanno una certa importanza per se stessi, ovvero un valore intrinseco. Tale valore esiste in quanto ogni persona, finchè vive, può migliorarsi, e anche se rimanessero con i propri limiti, può sempre imparare a condurre e a godersi una buona esistenza. Persino il concetto di felicità non equivale al valore personale:essere più felici non  corrisponde a divenire più degni di valore. In quasi tutti i casi, finchè una persona vive e ha una tenue possibilità di essere un giorno più felice, gli resta ancora la potenzialità di condurre una vita più gratificante e soddisfacente.

Gli esistenzialisti proposero che l’esistere o l’essere di un uomo non è mai un processo statico, bensì un divenire, ovvero un trasformarsi creativamente in qualcosa di diverso da ciò che si è in quel momento. Pertanto l’aspetto più importante è il processo del suo divenire anziché il prodotto del suo essere già divenuto.

Certamente può anche succedere che una persona resti limitata ed infelice e quindi non passare ad una condizione più appagante fino alla fine dei suoi giorni. Ma potrebbe anche non essere così.

E finchè il suo stato di essere vivo gli offre la più lieve potenzialità di divenire, cambiare o crescere, non si può affermare che egli sia privo di valore.

L’essere felici o avere fiducia quindi in sé non rappresentano l’esatto equivalente del valore intrinseco, cioè dell’autostima: molti sono convinti di poter realizzare grandi cose nella vita pur continuando ad odiarsi, altri invece pur avendo scarsa fiducia di potersi affermare continuano comunque a stimarsi. Quindi in teoria potremmo affermare che il concetto di valore intrinseco personale può essere rappresentato come l’esistere, l’essere, la qualità o stato di essere vivo, o il divenire dell’individuo. Offrire altre definizioni di autostima, come il concetto che essa consista nella capacità, nell’accettazione sociale o nella concreta realizzazione delle proprie potenzialità di essere felici sembrano illogiche in quanto:

  1. Si riferiscono invariabilmente al prodotto anziché al processo di vivere;                                   
  2. E’ più rivolta al valore estrinseco personale invece di quello intrinseco;
  3. Conducono a schemi di comportamenti moralistici e autolesivi a chi ne è convinto e si attiene a esse.

In realtà convincere i pazienti che i concetti di valore e autostima sono illogici e definizionali è ben più difficile.

I motivi possono essere diversi: resistenza al cambiamento, indottrinamento svalutante reiterato nel tempo, difficoltà alla critica ragionata e all’autoriflessione…. A volte preferisco, invece di argomentare quanto sopra descritto, lasciare agli stessi pazienti la fatica di dimostrare che sono privi di valore. Dal punto di vista scientifico, infatti, il compito di promuovere la validità di una propria affermazione o teoria dovrebbe sempre ricadere su colui che la elabora.

E allora quando si affermano in maniera tautologica ed inconsistente le convinzioni autosvalutative, emergono quegli schemi disfunzionali, di pensiero già evidenziati da J. Piaget, K. Horney e in particolare da A. Ellis nel 1962, responsabili del disagio e della sofferenza umana.

Ellis ha codificato (senza avere avuto la pretesa di aver scoperto la causa di tutti i mali) una serie di organizzazioni cognitive, cioè di più o meno tacite ideologie, filosofie e convinzioni che ha chiamato “disfunzionali”, le quali si trovano nella stragrande maggioranza dei più comuni problemi psicologici, emotivi e del comportamento umano.

Scendendo nello specifico del concetto di valore personale si evidenzia tra gli 11 schemi cognitivi identificati da Ellis ( antesignano della Terapia cognitiva e fondatore della REBT= rational-emotive-behavior therapy) i primi due che nella pratica clinica si combinano tra di loro : 1) “Io ho assoluto bisogno di essere amato, stimato e approvato dagli altri altrimenti è grave, orribile,catastrofico”, 2) “Io devo essere sempre perfettamente adeguato, competente e di successo sulle cose che faccio altrimenti valgo poco o niente”.

In pratica spesso si trova la seguente formulazione: “Io devo essere amato e stimato dagli altri o devo essere sempre all’altezza delle situazioni altrimenti non valgo nulla e sono un vero fallito e questo è insopportabile per me”.

E infatti si interagisce in psicoterapia con il paziente e si discute e confronta su quanto sia sostenibile continuare a reputarsi come privo di valore.

Si elencano pertanto le sintesi delle riflessioni di alcuni illustri psicoterapeuti (Horney, Adler, Sullivan, Fromm, Maslow, Bandura, Hartman, Ellis, De Silvestri, Iorio):

  1. E’ arbitrario misurare il valore personale intrinseco in termini estrinseci (ossia in base alle prestazioni e al successo);
  2.  Il concetto singolare da cui dipende il valore intrinseco è infinito e non numerabile
  3. L’esistenza umana soggettiva è una condizione biologica e non può essere misurata con la stessa scala di valori dell’individuo in ambito sociale;
  4. La qualità o intrinsecità della propria persona può essere percepita solo in due posizioni: la vita o la morte;
  5. Le persone si giudicano prive di valore soltanto in base alle loro definizioni arbitrarie;
  6. Mantenendo questa definizione autosvalutativa, l’uomo avrà più possibilità di soffrire di depressione, di colpa e di angoscia.

Ci pare che la migliore soluzione al problema sarebbe rendersi forse conto che non c’è una cosa come il valore o il non valore intrinseco, poiché essi sono termini di misura che si possono attribuire solo a cose ed eventi esterni o estrinseci. La felicità, l’efficienza, l’autoaffermazione o le altre caratteristiche dell’essere umano si possono senza dubbio misurare, ma come si può valutare esattamente la sua esistenza e il suo essere in divenire? L’esistenza e la non esistenza, la vita e la morte sembrano bipolari: o la possiedi o non la possiedi, non vi sono alternative. L’idea del valore e della sua mancanza è una questione mal posta. E’ ovvio che gli individui hanno un valore estrinseco o sociale, nel senso che gli altri li giudicano intelligenti o stupidi, grandi o piccoli. Ma per se stessi non hanno realmente un valore: essi esistono oppure non esistono. E se vogliamo dire che siccome esistono, sono “degni di valore”, questo non può essere confutato ma in realtà nemmeno dimostrare in quanto trattasi di una definizione invece che di un fatto.

Invece di considerarsi degni o indegni di valore, sarebbe decisamente meglio accontentarsi di essere, spontaneamente, in maniera non moralista e non auto-valutativa.

Quindi il terapista può aiutare il paziente a sviluppare una visione costruttivista più scientifica e a concentrarsi verso un equilibrato “CORAGGIO DI ESSERE”:

  1. Desiderare invece che pretendere angosciosamente di essere amati o approvati assolutisticamente dagli altri;
  2.  saper riconoscere che il valore (estrinseco) che gli altri ci attribuiscono può a volte essere di effettivo nostro vantaggio sociale, professionale, artistico, ma non assoluto;
  3. Rifiutare di accettare il valore estrinseco dagli altri attribuito quale nostro valore globale e concentrarsi invece a scoprire e agire sulle cose che personalmente si desiderano in maniera ecologica (anche se gli altri disapprovano);
  4. Impegnarsi a raggiungere il personale benessere nel breve-medio ma anche nel lungo termine;
  5.  Accettare se stesso come io-soggetto creativo anziché come me-oggetto passivo e dipendente dall’approvazione esterna.

Il raggiungimento di tali obiettivi necessitano ovviamente di una ristrutturazione cognitiva ed emotiva definendo il “valore intrinseco” in termini del suo essere in divenire ritraducendo i bisogni nevrotici di approvazione e di successo verso riflessioni orientate sulle preferenze invece che sulle pretese rigide e assolutistiche.

Il concetto quindi che gli esseri umani abbiano valore perché esistono e possono creativamente divenire ciò che desiderano (al di là di cosa vogliono e giudicano gli altri) diventa una questione anche educativa che sarebbe utile far apprendere già dai primi anni di sviluppo dell’individuo.

Esaminare per esempio in psicoterapia i sentimenti di indegnità e depressivi necessita che vengono analizzati quei postulati, quelle idee assolutistiche del paziente che determinano la sofferenza: pensieri ed emozioni sono collegati fra loro in maniera ineluttabile. Quando il paziente afferma:

  1. Io sono inadeguato e ciò è orribile e catastrofico!;
  2. E lo sono e lo sarò sempre in maniera irreparabile, non migliorerò mai perché sarò e sono un eterno fallito!;

Si può far presente che mentre in:

  1. Possiamo trovare una certa verità nella misura in cui l’individuo può essere effettivamente inadeguato;

Invece al punto 2) non troviamo delle prove obiettive che sarà irreparabilmente inadatto e che le condizioni saranno sempre brutte. Ovviamente si ha tutto il diritto di enunciare queste asserzioni assolutistiche e catastrofiche come si vuole; ma esse dicono ben poco di obiettivo e verificabile. Sostenere proporzioni ampiamente non verificabili costruiscono un sistema rigido di giudizi e di valori che facilmente portano a condizioni emotive sfavorevoli come depressione oppure ostilità verso se stesso e gli altri, stati di angoscia o di varie dipendenze. Sembrerebbe che il valore e la saggezza consistano per lo più proprio nell’astenersi dal formulare simili asserzioni non verificabili.

Alle persone si può mostrare che sono per definizione senza valore solo perché essi pensano e si convincono di esserlo. Pertanto si potrebbero utilizzare due soluzioni nella disputa con il paziente:

  1. Soluzione inelegante:decidere di scegliere di definire se stesse validi perché esisto sia se agisco bene o male, conduce a risultati emozionali e comportamentali decisamente più pratici e migliori;
  2. Soluzione elegante:misurando le proprie gesta o azioni e non giudicando il proprio IO (self), la propria totalità, cioè ad ACCETTARSI INCONDIZIONATAMENTE, ad acquisire ciò che Rogers chiamava “Considerazione positiva incondizionata”.

E’ importante insegnare ai pazienti (ma questo sarebbe utile anche per i bambini che sono circondati dai giudizi globali degli adulti: da “Sei una brava bambina” in “mi piace come ti sei comportata o quello che hai fatto”) che le opinioni non sono i fatti (Epitteto I sec. d. C.) ma una ipergeneralizzazione e pertanto il non raggiungimento di uno scopo non equivale a definire una persona come un essere fallito (Edison ad esempio riuscì a costruire fiduciosamente la lampadina dopo almeno 1000 esperimenti falliti).

Quindi, quando Ellis chiedeva ai suoi clienti di “rinunciare al loro ego”, non si riferiva al loro IO e alle loro funzioni esecutive ma al giudizio che essi esprimevano su loro stessi: le persone sono troppo complesse per essere inquadrate all’interno di una singola categoria.

La seguente analogia può meglio illustrare la complessità umana:

Immagina di aver appena ricevuto un grosso cesto di frutta. Allunga la mano e prendi una bella mela rossa, poi una pera matura e succosa, poi un’arancia andata male, poi un bel kiwi ed infine un grappolo d’uva che, in parte, presenta degli acini andati male. Come descriveresti questa frutta? Alcune sue parti sono buone e altre meno; vorresti gettarne alcune. E come definiresti il cesto? Vedi, il cesto ti rappresenta, la varietà dei frutti più o meno maturi o marci rappresentano invece i tuoi tratti di personalità. Giudicando in base al singolo tratto è come dire che l’intero cesto è schifoso solo perché contiene uno o due frutti marci.

L’autostima condizionata è invece una delle peggiori malattie perché definisce se stessi, il proprio valore in termini di condizioni esterne. Come scrisse A. KORZYBSKI nel 1933 in Science and sanity, il darsi una valutazione non può essere preciso. Non esiste nessun “essere” di identità: l’identità è invariabilmente falsa di fronte ai fatti. Perché se sei “una persona buona” dovresti essere totalmente, globalmente “buono” sempre e in tutti i casi. E chi può effettivamente essere buono al 100% o per quel che conta, cattivo? Nessuno!

Perché riteniamo che accettarsi incondizionatamente sia preferibile?

Perché quando non si lavora nell’accettarsi incondizionatamente si rischia di buttarsi giù, di assumersi le colpe dei propri (umani) errori, dei propri difetti, di condannarsi ulteriormente per il fatto di essersi condannato, di angosciarsi, di odiarsi, di deprimersi. Tutte condizioni quindi che in qualità di esseri umani ci confrontiamo spesso nella vita.

Ma oltre a se stesso, sarebbe un fatto profondo di sano autocontrollo e di grande portata arrivare ad ACCETTARE GLI ALTRI. Qui per esempio possiamo richiamare la terza definizione “disfunzionale” descritta da A. Ellis:

“Tutte le persone che dico io devono comportarsi come pretendo io altrimenti sono scellerate, malvagie e quindi meritano di essere severamente condannate e punite (anche perché così imparano come ci si deve comportare!)”.

L’essere umano è per sua natura imperfetto e spesso disturbato e può trattarci in modo ingiusto e sleale. Perché? Perché si! Cosi vanno le cose, come dimostra l’intera storia della razza umana. Pretendere che la gente debba comportarsi bene non è scritto da nessuna parte. Certo, si possono deprecare le gravi azioni, i comportamenti inadatti della gente ma non la loro personalità che è cosa ben più complessa. Sarebbe un’azione utile e costruttiva aiutarli a cambiare senza risentimento ed ostilità. Ma se essi non lo fanno (o non ci si riesce) accettiamoli come esseri umani fallibili (ovviamente nelle condizioni di buona fede). Raggiungere questa consapevolezza psicologica significa abituarsi a riflettere in modo critico e non condizionato dalla “tirannia dei doveri” per poter essere in pace con se stessi e con il mondo costruendosi una filosofia esistenziale aperta alla tolleranza.

 

“THE PATHS OF GLORY LEAD BUT TO THE GRAVE”

(I sentieri della Gloria non portano che alla tomba)

                                                                                                  (From: Elegy written in a country Churchyard, By Thomas Gray Anno 1751)

 

                                                                                                                                                                                       Dr. Riccardo Pulzoni