“SICCOME QUALCOSA POTREBBE ESSERE PERICOLOSA O DANNOSA (PER ME O PER ALTRI), IO DEVO CONTINUAMENTE PENSARCI, CREDERCI E TEMERE ALLA POSSIBILITA’ CHE SUCCEDA.” (THE ART OF PRE-OCCUPARSI)

Trattasi di una delle forme del pensare della nostra società “modernizzata” più frequente, che colpisce moltitudini di persone. Dal punto di vista psicopatologico questa rientra prevalentemente negli aspetti dei disturbi d’ansia, di quelli somatoformi  (ipocondria) od ossessive-coatte oppure, a volte, in quelle deliranti. Dunque , la preoccupazione si articola in una lunga serie di previsioni e conseguenze catastrofiche che si basa sulla seguente presupposizione: “Siccome è possibile che io possa avere qualche grave conseguenza fisica (il cancro, l’AIDS, la SLA) e/o mentale (la schizofrenia, la depressione, la demenza), allora ci devo pensare in continuazione e nella forma peggiore senza che ci sia una soluzione sicura…e pertanto finirò col vivere un’esistenza di atroci sofferenze”.
Come accennato, tale ideologia non descrive solo il timore di una grave conseguenza fisica ma anche gli aspetti psicologici nonché esistenziali: “perderò il lavoro,la mia identità sociale, la mia reputazione, sarò coinvolto in un processo, finirò per fallire economicamente, sarò lasciato/a dal partner etc…e quindi mi devo assolutamente tormentare perché così, forse, riuscirò a sopravvivere”.
L’ansia intensa provocata da tali convinzioni disfunzionali e catastrofiche rende il soggetto incapace di affrontare il pericolo laddove vi fosse realmente.
Preoccuparsi oltremodo, non solo non impedisce nella maggioranza dei casi che essa succeda, anzi, sovente, contribuisce anche a determinarla (LA PROFEZIA CHE SI AUTODETERMINA).
Tale eccessiva preoccupazione di pericolo ci porta solitamente ad ingigantire le possibilità che accadano.
Anche se la nostra inquietudine nelle circostanze descritte dovesse avere qualche reale fondamento di esistere, non si trovano affatto le basi logiche di queste “terribilizzazioni”.
Certi eventi temuti – come una grave malattia o la morte – sono inevitabili, e niente, nemmeno l’angoscia che si prova, potrà in alcun modo impedirla. Perciò, preoccupandosi a priori di questi eventi insolubili, non riduciamo in alcuna maniera o forma la possibilità che accadano, anzi, ci attiriamo solo ulteriori svantaggi, spesso assai mutilanti, di sconvolgimenti e dolori.
Così se, per es., avessimo una convinzione di morire a breve termine, proveremmo una tale angoscia che renderebbero quei rimanenti giorni di vita così penosi ed infelici (invece di pensare di godercela accettando ciò che è il destino per ognuno di noi).
Molti eventi rischiosi e normalmente temuti (disturbi circolatori, cardiologici, metabolici, genetici) potrebbero essere vissuti abbastanza serenamente, anche se con qualche inconveniente.  (Tratterò in un altro momento un frequente riscontro psicopatologico: l’ipocondria).
Invece di danneggiarsi e spaventarsi in maniera esagerata, l’individuo ragionevole dovrebbe preferibilmente adottare una serie di atteggiamenti più funzionali e razionali verso gli ostacoli esistenziali.
Infatti, se si rendesse conto che quasi tutte le personali preoccupazioni non sono prodotte dall’esterno bensì dalla ripetizione ossessivo-fobica: “Se quel pericolo avvenisse sarebbe terribile” oppure “come sarebbe spaventoso se succedesse quella situazione orribile ed io non sono/sarò capace di superarlo (qui c’è anche l’autosvalutazione di sé, come spessissimo avviene).
Ecco, se invece si imparasse ad esaminare le cose sotto il profilo logico (grazie agli insegnamenti della semantica generale, dall’epistemologia e della REBT di ELLIS) si potrebbe più facilmente sostituire tale autopropaganda terroristica ed autolesionistica in una visione più filosofica e realistica della vita: “Se ciò accadesse sarebbe una grande seccatura o un bel guaio, ma (visto che non sono morto) non sarebbe così terribile se invece mi orientassi a trovare le possibili soluzioni al problema.
Il mio amico e mentore Prof. G. Iorio afferma: se ti dici “io ho un problema … ti metti nei guai!” se invece ti dici “mi impegno di trovare la soluzione allora ti dirigi verso il cambiamento, e … se non riesci in nessun modo, allora accetta la realtà poiché altro non puoi fare di più!”.
Se l’individuo capisse che le proprie paure depotenzianti non aiutano ad allontanarlo dai rischi (semmai li intensificano) allora capirà che le proprie cognizioni catastrofizzanti sono poco o per niente dimostrabili secondo i criteri sia scientifici che edonistici di: realtà- dimostrabilità/confutazione-verità-utilità-di benessere.
E allora scoprirà che se combattesse attivamente tali credenze distorte, capirebbe che esse non sono altro che il prodotto di condizionamenti e di propagande ideologiche acquisite e poi portate avanti nel tempo acriticamente:” LIBERTA’ DAL CONOSCIUTO PER IL CONOSCIUTO”.
Sicchè, in questo mondo privo di certezze, la maniera di combattere l’angoscia esistenziale sarebbe quella di educare sin dalle prime fasi dello sviluppo all’apprendimento di una modalità riflessiva razionale e potenziante al fine di garantirsi una vita più equilibrata e socialmente funzionale.
Conclusione: “tanto se vivi in funzione delle tue preoccupazioni non otterrai altro che un’esistenza piena di preocupazioni”

 Riccardo Pulzoni