DAS INNERE AUGE

 

"Il cielo stellato sopra di me…
la legge morale dentro di me"
(Immanuel Kant)

Giustizia o legalità? Questo è il dilemma
Giustizia e legalità, apparentemente, sono sinonimi. Nulla di più errato. Giustizia deriva dal latino justum ovvero giusto. Pertanto colui che giudica, ovvero il Giudice, è colui che dovrebbe "jus dicere" ovvero pronunciare ciò che è giusto. Ma su quale base si fonda il giudizio del Giudice? I Giudici si devono basare su un dato che i tecnici del diritto chiamano "diritto positivo". Per Diritto positivo si intendono le leggi emanate dal Legislatore (in Italia è il Parlamento). E' di solare evidenza che il diritto positivo non è di per se stesso justum. Un famoso brocardo del giureconsulto romano Paolo recita: "Non omne quod licet honestum est" non tutto ciò che è lecito (legale) è onesto. Pensiamo alla pena di morte. In molti stati è stata abolita e rifiutata come strumento di punizione del reo. In altri, invece, è tutt'ora in vigore quindi legale. Possiamo sostenere che la pena di morte sia uno strumento giusto di espiazione della pena? La nostra coscienza si ribella innanzi a questa legalità. Il Diritto è un'esigenza. Irrinunciabile. Lo usiamo tutti i giorni inconsapevolmente: quando facciamo la fila alla posta, quando osserviamo un senso di marcia o rispettiamo un appuntamento. Scopriamo così che la nostra vita è circondata da regole. Alcune di natura positiva altre di natura morale. Senza regole non potremmo vivere. L'uomo ha cercato di codificare regole quanto più possibile cogenti nel disperato tentativo d creare una norma perfetta. Ogni tentativo è rimasto disatteso. La regola perfetta, quella ineludibile, non esiste. Non esiste perché le regole sono, per loro natura, generali ed astratte quindi suscettibili di interpretazione. Mutano a secondo del tempo e della coscienza comune. Pensiamo a presentarci su di un arenile in bikini nei primi del novecento. Ciò che a noi oggi appare scontato e pacifico in realtà non lo è. Il tempo e la coscienza non sono gli unici indici che influenzano le regole. Ve n'è un'altra: l'interpretazione. Qui il fattore umano, il Giudice, ha un ruolo determinante.
Sono tante le notizie che ogni giorno apprendiamo da diverse fonti: alcune di esse sono insignificanti, altre invece al contrario sono rilevanti in quanto destano stupore e clamore, fino al punto talvolta da far nascere in noi la domanda: ma queste notizie sono vere o false? Ed è proprio questo il dilemma quando si descrive "l'interpretazione di un fatto", da parte del soggetto che la descrive allora viene meno la veridicità del fatto e la notizia deve essere considerata in tutta la sua fallibilità, in quanto portatrice del pensiero di un soggetto che la descrive. Quando poi l'interpretazione dell'evento è alla base di un giudizio, può diventare estremamente pericolosa, perché può ledere l'onestà e la sana coscienza di una persona, nonché il sentimento di quanti la stimano e le vogliono bene, familiari, amici, ecc…. Quando poi dall'interpretazione di un fatto ne deriva l'emissione di un giudizio penale e quindi di una sentenza penale, le cose cambiano e possono avere conseguenze addirittura drammatiche in chi le vive e ne è coinvolto, nonché nei confronti delle persone che lo circondano. L'accuratezza, la maturità professionale, la scrupolosità e l'acuta capacità logico-razionale dovrebbero essere i requisiti fondamentali e imprescindibili di qualsiasi figura professionale tanto più di chi ricopre la figura professionale del Giudice, il che deve interpretare i fatti e darne un giudizio nei confronti della persona sottoposta a giudizio innanzi ad esso. Un magistrato, nella sua funzione di organo giudicante, deve o quanto meno dovrebbe essere impeccabile, quando applica la legge, compito questo che sembrerebbe facile, perché non deve far altro che applicare la legge ed i codici, ma che in realtà è estremamente arduo e complesso perché investe non solo il giudizio circa l'interpretazione di un fatto ma anche il giudizio della persona che deve essere giudicata. Quando un magistrato "interpreta" un fatto si spoglia della sua toga per divenire un semplice e comune uomo mortale, con tutti i suoi pregi e difetti, potendo commettere errori di valutazione.
Pensiamo a una legge molto semplice che enunciasse questa banalissima regola: "la porta deve restare sempre aperta". La regola sarebbe rispettata se la porta fosse chiusa a chiave, chiusa semplicemente, accostata o spalancata? A nostro modesto avviso sarebbe sempre rispettata tranne nel primo caso perché, secondo il nostro prudente apprezzamento, il principio regolatore di questa legge "la ratio legis" insisterebbe nel permettere il passaggio da un ambiente all'altro. Ciò sarebbe impedito solo se la porta restasse chiusa a chiave mentre negli altri casi il transito sarebbe sempre possibile. Ma questa, sia chiaro, è una personale interpretazione. Qualcuno di voi potrebbe sposare un'interpretazione più ristrettiva e ritenere la legge rispettata solo se la porta rimanesse materialmente aperta o spalancata. Qual è l'interpretazione corretta? Quale sarebbe la decisione GIUSTA? Si comprende quindi ora che la giustizia altro non è che l'ombra proiettata sulla parete della grotta di Platone (mito della caverna). L'uomo con il volto rivolto verso la parete della grotta con il fuoco alle spalle vede passare solo le ombre e non i soldati. Questa è per noi la giustizia. Un dato che non possiamo cogliere nella sua essenza. Dobbiamo accontentarci solo della sua ombra: la legalità.
Vi sono però migliaia di cose che impediscono all'uomo di svegliarsi e lo mantengono in potere dei suoi sogni. Per agire coscientemente, nell'intenzione di svegliarsi, bisognerebbe conoscere la natura delle forze che tengono l'uomo nel sonno. Prima di tutto bisognerebbe comprendere che il sonno nel quale egli vive non è un sonno normale, bensì ipnotico. L'uomo è ipnotizzato e questo stato ipnotico è mantenuto e continuamente rinforzato in lui. Si potrebbe pensare che esistono delle "forze" per le quali sia utile e vantaggioso mantenere l'uomo in uno stato ipnotico, impedendogli così di vedere la verità e di comprendere la sua dimensione".

Dr. Med. Riccardo Pulzoni Reutemann                                                                                                                            Avv. Alessandro Trillò