PSICO(PATO)LOGIA DELLA DIPENDENZA AFFETTIVA

 

Si tratta di un caso particolare del problema più generale del “bisogno” di essere amati, accettati, stimati, altrimenti è “gravissimo” (orribile, catastrofico, disastroso) se così non fosse. In questa forma di dipendenza affettiva troviamo tre elementi fondamentali: Autostima/autosvalutazione – bisogno – catastrofizzazione articolati in vario modo, tale da far assumere alla dipendenza un problema psicoterapeutico a sé stante.
                                   
                                   “J’AI BESOIN ABSOLUTEMENT DE TOI POUR VIVRE”

 

Non è vero, ma ci cascano in tanti quando pensano di non poter fare a meno di una persona. In realtà ci si crede fino ad un certo punto, ma a volte, quando si è convinti devotamente, si mette in moto un meccanismo perverso che si articola in tre modalità di ragionamento:
1)    Si crede di avere qualche deficit, difetto, fragilità o vulnerabilità intrinseca;
2)    Si crede di aver bisogno di quella persona per poter vivere e stare bene;
3)    Si deduce che perdendo tale relazione, sarà gravissimo e disastroso.

Come si vede, questo modo di ragionare presenta tre spire che si avvitano su se stesse. La più o meno bassa opinione di sé porta all’idea di aver bisogno di qualcuno su cui appoggiarsi. Ma la chiusura del circolo vizioso avviene con la previsione o reale perdita di qualcuno. Nel primo caso, si scatena un’ansia che rinforza la convinzione di aver bisogno di qualcuno e della disistima di sé. Nel secondo caso invece si scivola verso una disperata e angosciosa depressione che conferma drammaticamente tutti gli assunti di partenza (disistima, bisogno, dipendenza). Da queste idee quantomeno bizzarre, si finisce di dipendere ulteriormente con altre conseguenze negative: a) cercare la persona perfetta con conseguente “autocondanna” alla solitudine; b) richiedere in modo assillante di essere rassicurati dal partner, il quale, esausto alla fine si allontana.
Qui si vuole solo insinuare qualche dubbio su queste opinioni che non appaiono concettualmente ragionevoli e sostenibili, facendo invece vivere male la persona. D’altronde molti anni prima si……. era vissuti benissimo senza nemmeno sapere che quella persona esistesse……..

LE PIÉGE DE L’ESTIME DE SOI
Alcuni psicoterapeuti considerano l’autostima una buonissima cosa, utile e sana, da favorire in tutti quanti o addirittura da insegnare ai pazienti. Basterà però riflettere e ragionare per rendersi conto che questo concetto ha un potenziale patogeno: infatti se uno psicoterapeuta  incoraggia l’autostima (senza aver sviscerato e discusso i costrutti cognitivi – emotivi e comportamentali che sottendono la disistima) nei suoi pazienti, rischia di procurare ulteriori disfunzioni di tipo psicoiatrogeno.

IO VALGO, IO SONO QUALCUNO, IO MI STIMO
A parte il carattere vagamente masturbatorio – ossessivo in queste dichiarazioni, i casi evidenziati sono di tre economie:
1)    PERCHE’ LO DICO IO
Vanesia presunzione o atto di fede simile alle convinzioni superstiziose o fanatiche. Si tratta di un’affermazione contro la ragione che invece richiederebbe delle prove prima di credere in qualcosa.

2)    PERCHE’ SONO BELLO, BUONO E BRAVO
Si basa sulla qualità e/o prestazione sull’essere (che è stabile e immutabile fino alla morte: leggasi un mio precedente articolo sul valore personale) del giudizio di valore o nel fare (che sono invece mutevoli nel tempo). Tre verbi diversi che insieme alla globalità del giudizio dovrebbe far riflettere e far mettere in guardia.

3)    PERCHE’ LO DICONO/PENSANO GLI ALTRI
Tale concetto si basa sulla servile e acritica accettazione del giudizio altrui quando invece trattasi di una ipergeneralizzazione e globalizzazione arbitraria.

IO FACCIO SCHIFO

Non sottolineo l’inconsistenza e debolezza delle convinzioni sui punti 1-2-3. A invalidarle basta infatti la perdita o la diminuizione di una qualità, un errore di prestazione, o la mutata considerazione degli altri. In tutti i tre casi si rischia di finire in una grave depressione autosvalutativa con a volte gravi conseguenze. L’autostima andrebbe invece considerata come un miraggio e come una trappola pericolosa. Sarebbe quindi molto meglio che le persone imparassero a giudicare solo le loro qualità e prestazioni, ad apprezzare l’utilità pratica del buon giudizio altrui come conveniente senza però supinamente dipendere, accettandosi incondizionatamente(1)  come fallibile e limitato in quanto essere umano mortale. Nel problema della dipendenza affettiva il massimo livello si raggiunge dalla diade bisogno – catastrofizzazione, mentre l’autosvalutazione rimane quasi sempre in sottofondo quando invece andrebbe ricercato con attenzione e talvolta trattata con precedenza nella disputa psicoterapeutica. L'autosvalutazione, infatti, esercita una potente influenza su tutte le economie del problema manifestandosi già palesemente nella formazione delle catastrofizzazioni(“Non posso vivere senza di te”) e nelle sistematiche e ossessive ricerche di conferme e rassicurazioni. Con ciò il quadro poi si complica con i problemi cosiddetti secondari (cioè gerarchicamente superiori) che spesso complicano il problema iniziale presentato della dipendenza. Essi sono:

a)    LA PREOCCUPAZIONE:
“Siccome posso perdere il partner ci devo pensare sempre e in continuazione che possa accadere e che finirà malissimo”;

b)    L’EVITAMENTO:
“Poiché solo all’idea che la storia finisca mi procura angoscia, allora mi conviene rinunciare a tutto”. Si nota in questo caso un ulteriore problema accessorio depressivo che può essere connotato da autocommiserazione  per la vita solitaria che si condurrà, oppure autosvalutazione per aver deciso di rinunciare al partner.

c)    LA RICERCA DI SICUREZZA:
“Siccome sarebbe terribile perdere il partner da cui (credo) ho bisogno di affidare me stesso e il mio benessere, allora devo trovare uno che mi dia una perfetta e inequivocabile garanzia di affidabilità”. Appoggiarsi rigidamente a questi bisogni assoluti di perfetta garanzia affettiva mi appare poco salutare mentre è altamente probabile prevedere un’esistenza piena  di sofferenze e di malumori.

LA DYNAMIQUE DU PIÉGE ÉMOTIONEL
Se al paziente capita di instaurare una relazione di coppia con le convinzioni e gli atteggiamenti descritti (che magari erano fino allora rimasti sedimentati) si può attivare la trappola della dipendenza: “ho bisogno di te…….. e per questo ti amo”.
Di solito accade che il partner dipendente (essendo implicitamente il più debole della coppia, diffidente e sfiduciato verso il partner più forte) ricerca ossessivamente la conferma e rassicurazioni attraverso interrogatori, perquisizioni clandestine, pedinamenti etc. Tale atteggiamento può alle lunghe superare ogni margine di comprensione, di tolleranza e sopportazione dell’altro con il conseguente risultato di periodiche rotture, riavvicinamenti, promesse e giuramenti di eterna fedeltà che non serviranno quasi mai alla stabilizzazione della relazione già gravemente patogena in partenza. Un tale disagio del partner dipendente può permettere a quello più forte di approfittare del vantaggio psicologico e anche nel modo peggiore. Il dipendente si trova quindi a subire ogni comportamento di sopruso dell’altro: ingiurie, umiliazioni, tradimenti, trascuratezza, vari modi di sfruttamento, percosse o peggio ancora . Se il dipendente, a parte la sua nevroticità, conservasse un minimo di buon senso, potrebbe rendersi conto che sarebbe meglio interrompere la relazione….. però….. l’angoscia di poterlo perdere e l’esigenza pressante dei suoi “bisogni” fanno sistematicamente fallire tali tentativi di soluzione. Quindi ci troviamo a verificare un’ulteriore complicazione di tipo depressivo nelle sue varianti autocommiserative oppure autosvalutative (2)  e non di rado di ostilità. Nel caso in cui fosse il partner più forte a troncare la relazione, il dipendente affettivo soffrirà un ulteriore aggravamento delle autosvalutazioni: “ se vengo lasciato o non sono stato io capace di non finire abbandonato, allora faccio schifo, non merito di vivere”.

“LE GRAND AMOUR”

Molto spesso questa è la giustificazione (soprattutto nelle donne) di non poter uscire da una relazione palesemente deleteria. Alcune pazienti, violentemente percosse dal marito/compagno, dopo aver promesso a se stesse, al terapeuta, al centro antiviolenza donne, di chiudere definitivamente la storia, in poco tempo si ricongiungono con tale giustificazione: “ forse ha problemi e forse dipende da me, però lui è stato così buono e premuroso in passato con me (“l’autista che invece di guardare in avanti osserva dallo specchietto retrovisore finisce per …..”). In altri termini il dipendente è disposto a subire tutti gli aspetti negativi della relazione perché giustifica l’ideale del “grande amore”. Ma tale rapporto non ha niente a che fare con l’amore. Esso ha più le caratteristiche di un rapporto di soggezione, sottomissione e servilismo, il cui scopo non è proprio quello dell’amore inteso nella sua essenza più nobile - come l’attenzione, la premura, la gentilezza e la cura per il bene dell’altro - ma piuttosto l’egoistica e ansiosa pre-occupazione di soddisfare il proprio “bisogno” di essere amato e protetto.
Tutti i comportamenti di ubbidienza, acquiescenza, sopportazione, non sono le versioni nobili dell’amore bensì di volgari baratti del tipo “do ut des” intesi a garantirsi il soddisfacimento “ di quelle necessità”.

ET…… A LATERE…..

Una visione altrettanto deformante dell’amore si ha quando il partner, di solito uomo, manifesta il proprio “amore” con una gelosia possessiva, intransigente e barbarica con atti di violenza morale o fisica/omicidiaria (si rimanda alla consultazione di un precedente articolo “stalking”).
Sarebbe anche interessante accennare alle somiglianze di questo tipo di dipendenza affettiva con quelle da sostanze stupefacenti o atre sostanze psicotrope.

BEATA SOLITUDO / SOLA BEATITUDO

La gente giudica male (e ne ha paura) questo messaggio pervenuto dagli antichi attraverso i secoli. E’ una paura irragionevole perché è veramente difficile essere soli in questo mondo. Bisognerebbe vivere in un’isola deserta. Ciò che viene comunemente lamentato è il “sentirsi soli” per le mancanze di una data persona o di una relazione amorosa, oppure per la mancanza di contatti sociali e amicizie. Qui non intendo parlare dei pazienti depressi ma di quelli “ normali” imbevuti di ideologie martellanti (libri, film, tv, canzoni) fatte di luoghi comuni secondo cui è terribile non avere qualcuno vicino (“Amore fai presto.... io non resisto… non resisto….non esisto”). La solitudine in sé non è né buona ne’ cattiva. Siamo noi a darle un valore a seconda del giudizio che attribuiamo alla solitudine (Epitteto I° sec. d.C.).
Se mi concentro alla mancanza di amicizie e amore, è facile allora concludere che sia una cosa brutta, se invece mi concentro su ciò che mi offre la solitudine (libertà, indipendenza, autonomia, etc.) è altrettanto facile concludere che sia una buona cosa. Ma in entrambi i casi vi è una visione monoculare, Converrebbe invece vederne gli aspetti positivi e negativi della situazione e tirarne le conclusioni il più possibili equilibrate ed imparziali. Si potrebbe obiettare: ma è difficile! Certamente! Ma chi ha detto che cercare di star bene sia facile? Possiamo però renderlo meno difficile usando il buon senso e ragionevolezza. Varrebbe pure la pena di esaminare di non far  troppo a che fare con gli altri che spesso sono noiosi, invadenti, fastidiosi o peggio.
La solitudine può persino divenire un utile esercizio intellettuale, un “solitario” è un diamante di gran pregio, un “solista” è un suonatore di grande abilità, un “assolo” è affidato al miglior cantante del coro. E tutti stimiamo una persona che, come si dice, “ si è fatta da sola”.
A conclusione di queste riflessioni sintetiche, mi accorgo come questa dipendenza affettiva sia intrisa di ideologie che si sovrappongono, si intersecano e si avvitano complicando le comprensioni individuali che sono uniche, così come unici sono i nostri sogni e così come unici siamo ognuno di noi. E questi “sogni” li voglio dedicare ad ognuno di voi, anche se non vi conosco di persona, indistintamente per cultura, ideologia, religione, razza e identità.

                                                                                                                                                                              MIT FREUNDSCHAFT
                                                                                                                                                                                       Riccardo

NOTE:

1)    ACCETTAZIONE INCONDIZIONALE
Il terapeuta vede il paziente come un fallibile essere umano che spesso sbaglia ma non per questo viene giudicato male. Questo non significa che si debba ignorare supinamente qualsiasi cosa faccia la persona. Anzi, pur continuando  ad accettarlo come essere umano, lo psicoterapeuta fa benissimo ad intervenire sulle idee e comportamenti disfunzionali per aiutarlo nel confronto.
2)    Dai concetti di ansia dell’IO (E.A.) e ansia del bisogno (D.A.) discendono le due maggiori forme di depressione (vedi il recente articolo “L’ansia” di G. Iorio e R. Pulzoni): quella autosvalutativa e quella autocommiserativa, non necessariamente incompatibili tra di loro. I due contenuti cognitivi o ideologici delle due forme di depressione sono praticamente identici a quelli indicati per le due forme di ansia, con la sola differenza che mentre nell’ansia essi vengono espressi al futuro, nella depressione vengono espressi al presente o passato.
Un’altra osservazione sintetica è l’apparente paradosso della depressione. Da un lato, i pazienti depressi si giudicano male e si ritengono incapaci di far qualcosa per migliorarsi. In sostanza sono denigratori o autosvalutatori di se stessi. Dall’altro lato, però, insistono in modo grandioso che devono avere certezze e che devono controllare come vanno gli eventi della loro vita e se non ottengono tale controllo si deprimono. In altre parole sono contemporaneamente autodenigratori di se stessi e autoincensatori di se stessi. Sembra proprio un paradosso.
Nei depressi inoltre si trova spesso una bassa tolleranza alla frustrazione rifiutando di accettare persino le normali e lievi difficoltà della vita, autocommiserandosi. Albert Ellis indicò quindi che oltre a lavorare sugli aspetti cognitivi negativi del paziente, di giudicarsi male, si rese conto quanto fosse importante evidenziare nei pazienti depressi anche l’ansia del disagio caratterizzato da esigenze, pretese di dover avere tutto e subito senza fatica, altrimenti è insopportabile e ingiusto. Gli aspetti psicopatologici e psicoterapeutici della depressione richiederebbero una trattazione più dettagliata a parte.