ANGER (PROBLEMI DI OSTILITA’)

PROPRIUM HUMANI INGENII EST QUEM LAESERIS
(è nella natura umana odiare le persone che abbiamo ferito)
PUBLIUS CORNELIUS TACITUS, “AGRICOLA”

I problemi di ostilità (derivato dal latino HOSTIS=nemico) sono generalmente sottovalutati, spesso fraintesi e trascurati da molti psicoterapeuti; basterebbe consultare l’ANNUARIO ITALIANO per convincersi della loro alta diffusione. Questi dati statistici ci informano di tremila omicidi l’anno, oltre duemila lesioni, tremila violenze e quattromila percosse. Nei pronto soccorso ospedalieri si visitano più vittime di litigate, alterchi, baruffe e risse piuttosto che suicidi e tentati suicidi per depressione: quattromila l’anno contro le dodicimila vittime di violenza.
L’ostilità è caratterizzata da uno specifico sistema cognitivo dell’individuo che viene confusa con l’aggressività dove invece è in primo piano il comportamento. Tanto è vero che quest’ultima si osserva facilmente nel regno animale, mentre l’ostilità sembra precipua della specie umana. Il leone aggredisce la gazzella perché ha fame, non perché la odia o detesta. L’essere umano è invece capace di gratuita vendetta, odio, livore, astio, rancore, persecuzione o malevolenza. Che poi questi stati d’animo (ostilità) possano esitare in comportamenti violenti, non toglie nulla alla natura squisitamente intellettuale del processo. Naturalmente anche gli esseri umani possono essere aggressivi (tono della voce, sguardi, gesti, posture) senza bisogno di odiare o essere ostili: negli incontri sportivi, lotta, pugilato, competizioni commerciali, accese discussioni quotidiane ideologiche o personali. Un’altra imprecisazione diffusa è di chiamare rabbia l’ostilità. Tanto per cominciare la rabbia è una malattia infettiva, detta anche idrofobia. L’ostilità non è mai indiscriminata come nella rabbia (manifestazione esplosiva, incontrollata e scomposta fino ad arrivare al furore distruttivo), essa è sempre diretta contro qualcuno o qualcosa di preciso. Un altro equivoco e fraintendimento relativo all’ostilità è poi confonderla con l’assertività. Quest’ultima indica infatti l’atteggiamento di una persona che sa che cosa vuole o non vuole e che fa capire chiaramente agli altri i propri desideri e preferenze. L’ostilità indica invece il tentativo di imporre volontariamente preferenze o desideri con le minacce, la forza e la violenza. Poiché, ahimè, un tale atteggiamento riesce non di rado a far ottenere ciò che si vuole, molte persone si convincono che l’ostilità sia una cosa buona e giusta. Ma è veramente cosa buona e giusta? Mah! Quando ci si trova in terapia ad avere a che fare con pazienti che presentano problemi di ostilità, ci si rende conto quanto invece esse siano disfunzionali! Infatti basterebbe considerare quanto illusoria e quasi paranoica sia l’idea grandiosa di imporre le regole personali agli altri. Si pensi anche al forte rischio di ipertensione con le correlate manifestazioni cliniche o di altre reazioni psicosomatiche che comporta la forte attivazione neurovegetativa dell’ostilità. Per non parlare poi delle possibili reazioni altrettanto ostili delle persone contro cui è diretta l’ostilità. L’ostilità è un problema da prendere molto sul serio per la fondamentale costruzione ideologica dogmatica e assolutistica delle premesse e per le micidiali conseguenze che può comportare. Il meccanismo concettuale dei problemi di ostilità è in fondo analogo (ma distorto) a quello di un processo di legge. Esiste un dovere (legge), esso viene violato (reato), si maledice il presunto responsabile (condanna) e si vorrebbe punirlo (pena). La dinamica è piuttosto lineare: io dichiaro che una persona ha fatto qualcosa che secondo me non doveva fare. Cioè mi arrogo il potere legislativo e promulgo la mia legge (non importa quanto condivisa), esercitando una funzione che in realtà appartiene al Parlamento. Poi occupo tutto l’ordine giudiziario nella triplica posizione di pubblico ministero, giudice e parte lesa. Emetto quindi la (mia) sentenza di condanna e, se mi riesce, faccio anche il boja che infierisce la pena al colpevole. Tutto ciò rappresenta una evidente mostruosità istituzionale e giuridica. C’è da considerare che le leggi emesse dal paziente sono espresse in termini di doveri, di comandi, obblighi o proibizioni: ora, le leggi, quelle vere, quelle inserite nei codici, non hanno mai obbligato a nulla né proibito alcunchè. Le leggi che sono in vigore, che sono riconosciute e rispettate e che sono validate al fine di regolare la vita di ogni comunità, si limitano a semplici repertori di comportamenti e di conseguenze. Il meccanismo fondamentale di una legge (se applicata con giusta perizia, riflessione e responsabilità, che non danno spazio ai preconcetti individuali o di protagonismo narcisistico e carrieristico) è del tipo: “se rubi (e ti acchiappo), ti punisco”. Il messaggio implicito è che sei libero, liberissimo (libero arbitrio), di fare tutto ciò che ti pare (rubare, uccidere etc.) se poi sei disposto a correre il rischio di venire scoperto e quindi condannato.

NEL MALE E NEL BENE

Si tratta essenzialmente di una questione di coerenza, caratteristica essenziale del nostro modo di ragionare. Se voglio del male a qualcuno, è indispensabile che io sia convinto che se lo merita magari ignorando suoi pregi e virtù, altrimenti finirai con l’entrare in contraddizione con me stesso. Ma tale dissonanza cognitiva va evitata ad ogni costo, e così si instaura una spirale di ostilità che si auto-alimenta, che diviene più o meno permanente e che esita in uno stato d’animo di vero e proprio odio verso quella persona. Ma un fenomeno analogo si può riscontrare quando invece faccio qualcosa di buono ad una persona. Ancora qui, per non entrare in contraddizione con me stesso, mi convinco di aver fatto benissimo perché quella persona se lo meritava. E cerco quindi di tenere presente tutto il bene che posso pensare di lui; scotomizzando i suoi difetti ed iniquità. Il che mi può spingere a continuare a fargli altri piaceri con il rischio di rendermi ridicolo di fronte alle persone che conoscono come stanno veramente le cose. Questo lo avevano ben capito gli antichi pensatori: si agisce nel male o nel bene per salvare la nostra coerenza, magari per non perdere la faccia davanti agli altri. Tacito non aveva il vantaggio di conoscere le opere psicologiche di Albert Ellis (uno dei miei maestri), ma possiamo ben dire che il grande scrittore latino non mancasse di penetrazione psicologica quando scriveva che è nella natura umana odiare la persona a cui si è fatto del male.

GIUSTIZIA SOMMARIA

SENZA ASTIO NE’ PARZIALITA’
 (P.C. TACITUS “ANNALES”)

Già, così andrebbe amministrata la giustizia: anzi, la Giustizia, quella con l’iniziale maiuscola. Quella che si trovano nelle Costituzioni dei cosidetti paesi civili e che parlano appunto d’imparzialità e di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Quella citata a proposito e a sproposito dagli operatori del diritto–giudici, procuratori, avvocati; e persino degli stessi imputati innocenti o colpevoli. Il guaio è pero che spesso nell’atteggiamento di una parte o dell’altra si insinua un elemento estraneo di alterare il teorico equilibrio di giudizio talvolta in modo mostruoso e micidiale. Formulazioni di condanne o assoluzioni spesso dettate dal preconcetto o pregiudizio personale, dall’astio di cui parla Tacito, dall’odio personale o ideologico, insomma dell’ostilità.
Per esempio
Sono gli episodi dettati dalla ragione di stato, dagl’interessi politici, o da quelli sordidamente materiali, collettivi o privati. Si può partire dalle Crociate (ma ci sarebbero esempi antecedenti), passando per le medievali corti “fermish” germaniche, la “gibbet law” in Inghilterra, la Santa hermandad spagnola, i progrom in Polonia e in Russia, per finire con la Shoah di non molti anni fa, con i kamikaze palestinesi e i terroristi islamici e non tuttora in piena attività di servizio. Altri esempi possono essere quelli in cui un fanatico mette insieme una banda di altri fanatici allo scopo di uccidere per futili motivi di colore della pelle o di idee diverse da quella della propria banda: KLU KLUX KLAN, il MOVIMENTO per la Vita. Qui il meccanismo essenziale dell’ostilità si rivela in tutta la sua oscena crudezza. S’inventa un qualche assoluto e più o meno cervellotico dovere che sarebbe stato violato, dando condanna e pena altrettanto assoluta. Limitandoci al livello individuale della terapia, possono capitarci casi in cui un individuo condanna e cerca di punire in qualche modo un altro individuo senza nemmeno imputargli un reato e privandolo dell’elementare diritto alla difesa. Ma c’è di peggio. Già, quando vi sono in ballo cospicui motivi di soldi o di affermazione. L’aspetto più osceno è rappresentato dai tentativi più o meno ipocriti di giustificare l’ostilità invocando motivi ideali, etici, morali, ideologici, politici e persino religiosi cercando di coprire il basso calcolo personale o di bottega. Dunque, niente di nuovo: l’uomo è una straordinaria creatura intelligente capace di reiterare stupidità storiche: GOUTEZ ET COMPAREZ.

E SI PRECIPITA VERSO IGNOTI DESTINI…

Tutte le fonti di saggezza antiche o moderne hanno cercato d’insegnare l’amore per i nostri simili, per gli animali e la Natura, per questo piccolo pianeta dove viviamo tutti insieme. Talmente insieme che prima o poi siamo tutti soggetti a subire le conseguenze della mancanza d’amore verso gli altri e verso quanto ci circonda. Ma l’amore è una lunga strada e difficile, mentre (almeno a giudicare dalla nostra storia evolutiva) quella dell’odio sembra molto più facile e corta, insomma in discesa. E noi esseri umani, nella nostra stoltezza, ignoriamo il dettato della saggezza ed optiamo in maggioranza per la seconda strada precipitando verso ignoti destini, moltiplicando le guerre, i genocidi, le torture e le pene di morte, il terrorismo e il degrado morale ed ambientale. Ribussa ai miei pensieri la presenza problematica clinica dell’ostilità, così diffusa e spesso ignorata o trascurata, anzi spesso accolta come “normale” o quantomeno accettata con una specie di comprensiva tolleranza, d’indulgenza o d’inconsapevole complice consenso. Ciò conferma come l’odio sia talmente connaturato al make-up genetico-culturale degli esseri umani da coinvolgere anche chi sarebbe chiamato a contrastarlo. Queste impressioni mi fan concludere che la strada dell’odio, velato od esibito, è quella più battuta, più facile e più cara a troppi esseri umani, a tanti pazienti di entrambi i sessi. Da qui il precipizio che dicevo dianzi. Forse capendo meglio la struttura dei problemi di ostilità e disponendo di mezzi operativi sperimentati ed efficaci allo scopo, potremmo aver più capacità di prevenzione, di gestione e di migliore risoluzione. Mi basta aver richiamato l’attenzione sulla questione “ostilità” e sulla relativa scarsa importanza che di solito gli viene dedicata nel nostro Weltanschauung. (R.P.)