L'identità perduta della Psichiatria

(dai greci alla mitteleuropa fino alla globalizzazione)

Riflessioni fuori dall’Ateneo di G. Iorio - N. Iorio - R. Pulzoni

 

Cos’è un uomo nella natura?

 

Un nulla davanti all’infinito, un tutto davanti al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto, infinitamente lontano dal comprendere gli estremi. Il fine e il principio delle cose gli sono inesorabilmente nascosti da un segreto impenetrabile.

                                                                                                                                                                                                                  B. Pascal

 

La parola Psichiatria (cura dell’anima) è un termine che esprime uno scopo di naturale ambizione ed anche un percorso ed un traguardo non facili da raggiungere senza un bagaglio culturale, che vada ben oltre le informazioni esclusivamente fornite dalla biologia.

La Psichiatria ha dovuto nel corso dei secoli superare non pochi pregiudizi in cui nell’antichità la malattia mentale veniva collegata con la divinità o il demone di turno. Nonostante ciò, il pensiero greco aveva già indicato con Ippocrate (i famosi quattro stati temperamentali: malinconico, collerico, flemmatico, sanguigno) alcune cause naturali ed organiche nella malattia mentale dell’individuo.

Ultimamente ci ritroviamo a constatare un radicalismo ideologico e culturale di chi non ha saputo, sul piano epistemologico, integrare i vari aspetti nell’ambito di una prospettiva olistica, ove fosse salvaguardato il valore scientifico e di ricerca di ogni singolo elemento (Psicoanalisi, Epistemologia Genetica, Cognitivismo, Sociologia, Antropologia, etc.). Il riferimento è al “cerchio delle scienze di J. Piaget”.

Questo concetto fa anche da supporto alla “prospettiva integrata di studio dei disturbi psichici”.

L’integrazione e l’interreazione delle variabili biologiche, psicologiche, sociali, fenomenologiche, antropologiche, sistemico-relazionale, condizionano lo sviluppo dell’essere psichico, sia normale che patologico, costituendo l’oggetto di studio della Psichiatria che sappia cogliere e comprendere l’uomo nella sue incertezze o interezza.

R. Tissot affermava: “Una biologia che rinunzia alla spiegazione della malattia mentale, delle manifestazioni dello spirito, della libertà dell’uomo è una anti-biologia che appartiene al positivismo”.

Le diatribe riguardo la dicotomia mente-corpo, gli accanimenti ideologici troppo spesso miranti a dimostrare una superiorità di un modello rispetto ad un altro, rasentano un’utopia.

Tutto ciò allontana lo studio predominante: l’uomo. Sarebbe auspicabile il superamento del concetto di “modello” per approfondire invece lo studio dell’uomo nel suo insieme. Per la Psichiatria, la conoscenza del metabolismo neuronale, quella dei neurotrasmettitori, dei neuromodulatori, delle caratteristiche recettoriali, non ha nè maggiore, nè minore importanza della conoscenza delle spiegazioni del pensiero, di quella della modulazione delle nostre reazioni emozionali e dei nostri stili comportamentali. Lo studio e la ricerca in Psichiatria non possono quindi non avvalersi dell’indispensabile integrazione di indagine: il comprendere biologico ed il comprendere psicologico.

Troppo spesso la Psichiatria, dimenticando la dimensione clinica della sua materia di studio, non si accorge di confondere il proprio ruolo con quello di biologo della mente, delegando ad altri il compito di completare con altre spiegazioni il profilo psicopatologico del disagio/disturbo psichico.

E’ in questo clima che si alimenta e prende forma l’oggetto di studio della Psichiatria attuale che potremmo etichettare PSICHIATRIA NOSOGRAFICA.

Ed ecco, allora, come si costruisce la lontananza dal paziente, la perdita delle motivazioni del vero comprendere, ci si interessa invece ad estrapolare una diagnosi da un insieme di sintomi (per noi il sintomo costituisce la periferia del problema e rappresenta il modo attraverso cui si manifesta il disagio) dimenticando di vivere la relazione terapeutica con l’altro, evitando il lavoro di autoriflessione e favorendo così il reclutamento di specialisti poco inclini a comprendere ed a trattare le problematiche esistenziali.

In un contesto culturale, dominato dalle regole della globalizzazione, dai problemi imperanti di natura economico occupazionale, dalle politiche più tese a risolvere i problemi di risanamento economico invece di rispondere alle esigenze più profonde della popolazione, anche la psichiatria si presenta oggi meno interessata a scrutare e a meditare su ciò che avviene all’interno dello sviluppo intrapsichico dell’individuo. Si è invece più proiettati verso una cultura delle immagini, delle statistiche, dello “splendore” tecnologico, delle classificazioni, delle semplificazioni e del riduzionismo ispirato dai dati forniti dalla ricerca psicofarmacologica: tutto ciò ha favorito una ricerca principalmente improntata sul modello biologico. Ma come si può riprodurre o prevedere la reazione umana allo stesso modo di un evento biofisico studiato in laboratorio? Un’etichetta diagnostica potrà mai dare il valore ed importanza dello studio della struttura di personalità, di comprendere la complessità dell’individuo nel suo divenire?

Un illustre psichiatra (Eugenio Borgna) commenta: “La fame di ricette semplici trova nel DSM-5 (ultimo manuale di riferimento per la salute mentale nel mondo) la sua epifania più sconvolgente. Come già aveva scritto Kafka, è più facile prescrivere delle ricette, fare delle diagnosi che non invece, ascoltare chi sta male, perché quest’ultima cosa esige tempo, esige attenzione, esige riflessione. Queste tavole della legge (il riferimento è ai criteri diagnostici) presentano solo paradigmi esteriori, perché sconfessano in partenza quello che dovrebbe essere il fondamento della psichiatria

Solo un clinico, attento ai riflessi psichici del significato delle parole usate, al valore antropologico e culturale di una determinata forma di linguaggio e al riflesso emozionale di certe etichette diagnostiche, può testimoniare le drammatizzazioni elaborate dai pazienti stessi sulla diagnosi di attacco di panico, di uso oggi corrente, diventato ormai un Best Seller, in sostituzione di quella meno enfatizzata di ansia somatizzata.

La diagnosi di attacco di panico, già per il significato drammatico che il termine attacco assume, non giova certo alla salute psichica della persona e ci chiediamo, a questo punto, quali siano stati i vantaggi e l’utilità di aver coniato questo nuovo modo di definire una crisi acuta di ansia somatizzata. Questo riduzionismo biologico, che sembra addirittura ricordarci quello dei quattro stati temperamentali di Ippocrate, non ha nulla da invidiare a quello della fine dell’Ottocento ed alle teorie di Lombroso, anzi esso è molto più pericoloso, perchè camuffato sotto le mentite spoglie di una moderna veste scientifica. Con esso sembra quasi celebrarsi un addio alla psicopatologia, alla psicologia dal profondo, alla relazione terapeutica, alla comprensione dell’essere umano inserito nel suo contesto storico-culturale. Da qui i danni di questi tipi di orientamento di studio sono evidenti sulla formazione delle nuove generazioni di psichiatri nel considerare il disagio psichico in termini di classificazione di sintomi e nel concepire un trattamento principalmente di tipo farmacologico invece di quello integrato.

Questa psichiatria non si accorge, in antitesi all’innovativo movimento di Basaglia, di promuovere non il superamento della stigmatizzazione della malattia mentale ma addirittura di consolidarla mediante le nuove etichette e categorie diagnostiche. Ascoltare un paziente, che oggi non espone più al terapeuta la sofferenza, la sintomatologia, ma direttamente l’etichetta io ho il disturbo di attacco di panico, il Doc, di disturbo alimentare, il disturbo bipolare, confermata poi perentoriamente dai vari terapeuti incontrati senza che nella maggior parte dei casi vi sia mai stata data una spiegazione sulla vera natura del disturbo, è veramente qualcosa di sconvolgente!.

E altresì disarmante il silenzio, la passività dello psichiatra di fronte all’espressione largamente diffusa a livello dei mass-media della cosiddetta “pillola della felicità”. Sono facilmente intuibili gli interessi di una parte della ricerca scientifica a promuovere una simile definizione. Ma non è affatto giustificabile l’assenza di qualunque tipo di intervento da parte dello psichiatra, che dovrebbe invece sfatare l’uso improprio di una terminologia da parte dei non addetti ai lavori ed “incapaci” di comprendere la differenza tra una condizione di benessere ed il concetto di felicità. È altrettanto stucchevole assistere all’immobilismo irresponsabile della moderna psichiatria di fronte alla propaganda di alcuni farmaci, indicati come utili o specifici in alcune psicopatologie come ad esempio nella fobia sociale.

Per avvallare questo tipo di affermazione, bisognerebbe ammettere l’esistenza di recettori cerebrali per la fobia, ipotesi a dir poco ridicola, dal momento che quello della fobia è un concetto psicologico, corrispondente ad una particolare elaborazione cognitiva su un determinato oggetto o contesto cui viene attribuito un significato di rischio e di pericolo non reale. Laddove, infatti la paura è inserita nel meccanismo biologico di difesa comune a qualsiasi essere animale all’atto della percezione di un rischio reale, la fobia invece è l’espressione dell’elaborazione cognitiva di un rischio presente solo ad un livello immaginativo. Dal momento, quindi, che non esiste un recettore biologico per la fobia, di conseguenza non possono esistere farmaci specifici per la stessa (e a maggior ragione per la sottospecie sociale). Queste modalità di trattare i dati scientifici in maniera acritica potrebbero includere tanti altri esempi di riduzionismo esasperato e di superficialità come quello dell’innamoramento, fenomeno da alcuni autori associato, in una maniera semplificativa estrema, all’azione della serotonina. Se qui il significato ed il valore di un sentimento d’amore fosse spiegato in quest’unico modo, l’enorme valore artistico, storico e culturale di interi poemi, liriche, romanze, d’un colpo si dissolverebbero all’ombra dell’ipotesi di un farmaco ad azione serotoninergica. Pensiamo allora cosa ne sarebbe stata della poesia di un Giacomo Leopardi, dello STURM und DRANG del Romanticismo, di tutta la forza emozionale che ha animato il Rinascimento, se farmaci stabilizzanti dell’umore, oppure quelli attivanti o inibenti la neurotrasmissione avessero potuto spegnere l’amore, il sentimento, ridurre la passionalità, sconvolgere quel pizzico di follia quasi sempre presenti nelle menti geniali.

Uno Psichiatra incapace di vivere dentro di sé l’angoscia provata davanti al silenzio degli spazi infiniti non sarà mai in grado di capire l’altro, la sua sofferenza, il suo disagio, la sua diversità, non potrà mai essere un bravo Psichiatra.

L’importante è essere coscienti di ciò che si sa e di ciò che non si sa, di conoscere l’origine di ciò che si crede di sapere perché “appena l’uomo può più di quanto sa, sceglie il potere e lascia il sapere”.

E questo è il peggio che possa accadere ad uno psichiatra.

 

 

 

 

 

RIASSUNTO

 

Una Psichiatria, principalmente polarizzata sul rilievo esasperato del sintomo, con l’unico scopo di elaborare nuove forme di classificazioni diagnostiche, è una Psichiatria che perde di vista l’essere umano nella sua globalità, si disinteressa dello stato di sofferenza vissuta dal paziente, perde di mira la patogenesi del disturbo, commette un grossolano errore, nel momento in cui isola il sintomo dalla struttura di personalità, producendo errori altrettanto gravi a livello terapeutico-assistenziale. Tale prospettiva influenza, inevitabilmente, anche alcune forme di psicoterapie, sollecitando paradigmi e strategie di intervento mirati prevalentemente alla risoluzione del sintomo, snaturando così anche il significato stesso del concetto di psicoterapia.

 

Con la pretesa di definire criteri più oggettivi di selezione e categorizzazione dei pazienti ai fini della ricerca, non ci si accorge di incrementare la disomogeneità. Un paziente, infatti, non può essere confrontato con un altro, trascurando le caratteristiche dell’intera struttura di personalità, l’influenza su di essa esercitata dal sistema sociale e relazionale di riferimento e le sue capacità reattive. Di questo complesso sistema, il sintomo, che ne costituisce solo la parte più periferica, non può rappresentare un criterio di omologazione valido.

 

Una Psichiatria, prevalentemente orientata alla sistemazione nosografica, trascura, inoltre, la relazione terapeutica, il rapporto comunicativo con il paziente, il lavoro di formazione e di analisi introspettiva del terapeuta, lo studio della psicopatologia, minando alla base le radici storico-culturali della Psichiatria stessa.